Comunicati stampa

22 agosto 2019
Ocean Viking: il Garante nazionale delle persone private della libertà invita i suoi omologhi di Malta e Norvegia a un’azione coordinata a tutela dei diritti delle persone a bordo della nave.

Roma, 22 agosto 2019 - La nave Ocean Viking si trova attualmente in acque internazionali con a bordo 356 migranti (tra cui 103 minori stranieri, la maggior parte dei quali non accompagnati), tratti in salvo con quattro interventi effettuati tra il 9 e il 12 agosto. 

Si tratta dell’ennesima situazione di stallo riguardante l’assegnazione di un luogo sicuro di sbarco a una nave con persone soccorse in mare, situazione nella quale insorgono conflitti di competenza fra Paesi europei. In questo contesto, che richiede reti di cooperazione non solo tra le autorità responsabili, ma anche tra gli organi indipendenti di garanzia dei diversi Paesi coinvolti, il Garante nazionale ha spesso registrato l’assenza della voce dei propri omologhi, i Meccanismi nazionali di prevenzione (NPM) europei ai sensi del Protocollo Onu alla Convenzione contro la tortura o altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti (Opcat).

Di fronte alla prospettiva del verificarsi di una nuova privazione ‘de facto’ della libertà delle persone soccorse, dalla durata imprecisata, il Garante nazionale ha preso un’iniziativa per coinvolgere due NPM europei, con l’obiettivo di rafforzare la tutela dei diritti delle persone a bordo. In particolare, il Garante nazionale ha inviato una lettera al Parliamentary Ombudsman della Norvegia, Aage Thor Falkanger, alla Presidente del NPM norvegese, Helga Fastrup Ervik, e al Presidente del Board of Visitors for Detained Persons of Malta, Andre Camilleri (e, per conoscenza, a Malcolm Evans, Presidente del Sottocomitato Onu per la prevenzione della tortura, a cui è affidato il coordinamento dei diversi NPM nazionali), ovvero alle autorità indipendenti, rispettivamente, dello Stato di bandiera della nave che ha giurisdizione sulle persone a bordo e dello Stato con il quale è insorto un conflitto di competenza sul soccorso da prestare. Nella lettera il Garante nazionale li invita a un’azione comune urgente (sotto forma di una lettera, di un esposto all’Autorità giudiziaria o azioni similari) presso le rispettive Autorità nazionali. Tale proposta intende dare avvio a iniziative coordinate tra NPM, con l’obiettivo di sensibilizzare e responsabilizzare contemporaneamente le diverse Autorità nazionali circa il rispetto degli obblighi internazionali cui sono in egual misura vincolate.

Da oltre un anno, il Garante nazionale ha tenuto sotto attenta osservazione la questione della tutela di persone migranti dapprima soccorse, poi bloccate per giorni a bordo dell’imbarcazione che le ha tratte in salvo: lo ha fatto anche con una visita a bordo nel noto caso della nave “Ubaldo Diciotti” e con informazioni alle Procure competenti. Ciò sulla base di una valutazione delle situazioni di fatto determinatesi, indipendentemente da valutazioni di ordine politico o relative ai comportamenti delle persone responsabili delle operazioni. Poiché è indubbio che nessuna persona può rimanere in un limbo privo di diritti, a rischio di essere respinta e in condizioni materiali che ogni giorno peggiorano. Tale situazione, configurabile come una privazione ‘de facto’ della loro libertà personale, le ha implicitamente esposte al rischio di subire respingimenti. Inoltre, il suo prolungarsi, a volte per settimane, può determinare una violazione del diritto alla dignità che attiene in modo assoluto a ogni persona.

21 agosto 2019
Pubblicato il Rapporto sulla visita a Poggioreale: quattro giorni di visita non annunciata nell’Istituto più popoloso d’Italia, con l’intero Collegio e una delegazione di sei persone.

Roma, 19 agosto 2019. Con i suoi oltre 2000 detenuti, la Casa circondariale di Poggioreale è l’Istituto con il maggior numero di persone ristrette: ai primi di maggio, durante la visita del Garante, erano 2.373, su 1.633 posti previsti e una capienza reale di 1.515. Oggi i detenuti sono 2085 su 1.423 posti disponibili.
Le condizioni materiali dell’Istituto risentono degli anni e della visione custodiale degli inizi del secolo scorso, quando è stato costruito, rendendolo poco compatibile con le esigenze trattamentali: mancano gli spazi comuni per le attività lavorative, culturali o ricreative, le sale per la socialità di reparto. Tutto ciò nonostante la realizzazione di alcuni lavori di ristrutturazione e la programmazione di altri.
Disagevoli le condizioni degli ambienti di lavoro, con l’ufficio della matricola, operativo 24 ore al giorno, che si trova in un semi-interrato insalubre, con luce insufficiente e forte umidità, come già segnalato dal Garante a seguito della visita effettuata a fine 2017, inizio 2018.
Le stanze di pernottamento delle persone detenute sono estremamente disomogenee. Si va dai cosiddetti ‘cubicoli’ con i servizi igienici a vista, ai cameroni da 14 persone. Particolarmente degradate alcune sezioni, come quella per persone malate o disabili, con letti a castello anche a tre piani.

16 agosto 2019
Il Garante nazionale delle persone private della libertà segue con preoccupazione gli sviluppi della situazione delle persone salvate in mare e da due settimane a bordo della nave "Open arms".

Roma, 16 agosto 2019 - Nella giornata di ieri il Presidente Mauro Palma, dopo una lunga e cordiale interlocuzione telefonica con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha inviato una lettera al Ministro dell’Interno che ieri aveva dato notizia di un decreto di divieto di sbarco e ai Ministri della Difesa e delle Infrastrutture e trasporti, oltre che allo stesso Presidente del Consiglio. Nella lettera il Garante esprime forte preoccupazione per la perdurante situazione di privazione de facto della libertà delle persone a bordo della nave e per l’impatto che tale situazione ha sui diritti fondamentali delle persone soccorse, sul loro precario equilibrio psico-fisico, certificato anche da una équipe medica di ‘Emergency’, sul concretizzarsi di una condizione di ‘trattamento inumano o degradante’, vietato in modo inderogabile dall’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani.

La mancata designazione di un luogo dove sbarcare, così concludendo l’operazione di soccorso avviata più di quindici giorni fa, dove ricevere cura e assistenza, dove essere identificati e dove poter avere accesso in concreto agli strumenti di tutela previsti dal diritto internazionale, non ha soltanto effetti gravi nei confronti delle persone, ma espone anche il Paese al rischio di censure sul piano internazionale per il non adempimento di obblighi sottoscritti e ratificati in trattati e convenzioni di cui l’Italia è parte.

Da oltre 24 ore l’imbarcazione è in acque italiane, pur senza l'autorizzazione a far sbarcare le persone a bordo: solo nei casi di deterioramento grave delle condizioni fisiche e psichiche viene concesso lo sbarco. Non è possibile che per godere di diritti che attengono alla persona in quanto tale e delle garanzie che sono costituzionalmente assicurate a chiunque si trovi nel territorio del nostro Paese, si debba giungere a condizioni così estreme.  Mentre l’Autorità giudiziaria si sta pronunciando sul profilo di rilevanza penale che la situazione in essere potrebbe avere, il Garante nazionale torna a inviare monito e appello alle Autorità responsabili del nostro Paese perché possa concludersi nel modo meno rischioso per i singoli e per le istituzioni quanto tuttora si verifica nelle acque di fronte a Lampedusa.

Nella lettera inviata ieri il Garante nazionale ha dichiarato il proprio impegno a sostenere le iniziative che il nostro Paese assumerà per un’effettiva responsabilizzazione degli altri Paesi europei, per l’affermazione del principio della corresponsabilità dell’Unione nella ricerca di soluzioni a un problema che non può essere lasciato soltanto ai Paesi del confine marittimo meridionale.

13 agosto 2019
Incendio nell’ospedale di Bergamo: il Garante nazionale si costituisce parte offesa nell’inchiesta sulla morte della giovane, contenuta al letto

Roma, 13 agosto 2019. Apprendiamo la notizia della morte di una giovane nell'ospedale di Bergamo a seguito dell'incendio scoppiato proprio nel reparto di psichiatria dove era ricoverata. La ventenne, secondo quanto dichiarato dall'ospedale in una nota, era stata "bloccata" pochi istanti prima. Forse è proprio per il fatto di essere contenuta al letto che non si è riusciti a mettersi in salvo la giovane, come è stato invece possibile per tutti gli altri pazienti.

La Regione Lombardia ha già chiesto l'istituzione di una commissione di verifica, mentre sarà la Procura della Repubblica a individuare le eventuali responsabilità. 
Il Garante nazionale, da parte sua, si costituirà come parte offesa, così come fa in ogni caso di morte di persone private della libertà, quando il decesso è connesso con la situazione di restrizione.

Il Garante nazionale nell'esprimere la propria vicinanza alla famiglia della giovane vittima, sottolinea ancora una volta la drammaticità della contenzione delle persone nelle istituzioni psichiatriche e delle sue possibili conseguenze.

 

09 agosto 2019
Il Garante nazionale vuole chiarimenti sulla situazione attuale della “Open Arms”

Roma, 9 agosto 2019 - Ancora un situazione di stallo di una nave che ha effettuato un attività di soccorso in mare rispetto all’individuazione del luogo di approdo. Un’impasse che ha un impatto rilevante sui diritti fondamentali delle persone soccorse, impossibilitate allo sbarco e in quanto tali impedite nella propria libertà di movimento, ed esposte al rischio di trattamenti contrari sia al senso di umanità sia alla dignità delle persone stesse.

È quanto scrive il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale all’Ammiraglio Giovanni Pettorino, Comandante Generale della Guardia Costiera Italiana, rispondendo a una richiesta di intervento avanzata dai responsabili della “Foundacion Proa (Pro-activa Open Arms)”.

08 agosto 2019
Waiting rooms di aeroporti e porti: in nessuna area del territorio nazionale i diritti fondamentali delle persone possono essere sospesi

Roma, 8 agosto 2019 - Con quale fondamento giuridico, dove, come e per quanto tempo possono venire trattenute le persone straniere respinte presso i valichi di frontiera italiani? Nei mesi scorsi il Garante nazionale delle persone private della libertà ha cercato una risposta a queste domande visitando i locali in uso alle Forze di Polizia presso gli Aeroporti di Fiumicino e Malpensa e presso il Porto di Civitavecchia. Ora il Garante rende pubblico il Rapporto relativo alle visite effettuate. 
La permanenza delle persone all’interno delle sale d’attesa presso i valichi di frontiera è configurata dal Garante nazionale come una privazione de facto della libertà personale, non disposta o convalidata dall’autorità giudiziaria e che rischia di non dare effettività alle garanzie sostanziali e procedurali. Il Garante raccomanda urgentemente l’adozione di una norma primaria che eviti tale rischio. Per questo ha inviato il Rapporto anche ai Presidenti del Senato e della Camera. 
Il Garante raccomanda intanto che le soluzioni predisposte per accogliere temporaneamente le persone respinte alla frontiera siano urgentemente rese compatibili con il riconoscimento e la tutela dei diritti fondamentali.
Fra le criticità segnalate nel Rapporto, infatti, molte riguardano le condizioni materiali dei locali nei quali le persone vengono trattenute. In particolare, il Garante nazionale ha constatato nei locali visitati l’assenza di luce naturale e l’impossibilità per le persone trattenute di accedere a spazi esterni. In molti casi le persone straniere sono sistemate in brandine da campo e a volte in situazioni di promiscuità fra uomini e donne. Nell’Aeroporto di Fiumicino il Garante si è poi imbattuto in un locale di sicurezza, dotato di una parete a vetro e privo di suppellettili: al Garante è stato riferito che tale locale viene adoperato per ospitare persone pericolose o turbolente. Il Garante esprime preoccupazione per la presenza di un ambiente di questo tipo, che amplifica la sensazione di costrizione delle persone. 
A destare forti perplessità sono poi alcune limitazioni al diritto all’incontro con i propri avvocati. Il Garante nazionale sollecita infine il Ministero dell’Interno a dotarsi in frontiera di un servizio stabile di mediatori linguistici e interpreti, presenza che a oggi è assicurata solo saltuariamente.
Nel giugno scorso, il Garante nazionale ha visitato anche i locali in uso alle Forze di Polizia presso il valico di frontiera del Porto di Bari. Tale visita sarà oggetto di un altro Rapporto che, come da prassi, verrà inviato alle autorità competenti e successivamente reso pubblico.
 
 
 

30 luglio 2019
Nave Gregoretti: Garante nazionale chiede urgenti informazioni alla Guardia Costiera sulle condizioni dei migranti trattenuti da cinque giorni

Roma, 30 luglio 2019 - Il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, a seguito della pubblicazione di notizie di stampa riguardanti la permanenza forzata per più di cinque giorni a bordo della nave “Gregoretti” di diverse persone migranti soccorse in mare dalle Autorità italiane nella zona SAR maltese, ha inviato una lettera al Comandante generale della Guardia Costiera, Giovanni Pettorino. 
 
Configurando la situazione dei migranti a bordo come una privazione de facto della libertà personale, il Garante ha chiesto di ricevere urgentemente informazioni sulle loro condizioni e sulle circostanze del negato sbarco. In particolare, il Garante ha espresso l’esigenza che gli vengano fornite delucidazioni in relazione alla risposta o meno alla richiesta di un “posto sicuro” (POS). Inoltre ha chiesto notizia circa la consistenza numerica delle persone migranti a bordo e la presenza di particolari vulnerabilità; la sistemazione in ambienti coperti o esterni; le condizioni materiali della nave (inclusa la fruibilità dei servizi igienici e la disponibilità di acqua corrente) e infine notizie circa le misure messe in atto per rispettare gli obblighi inderogabili di cui all’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani – che vieta trattamenti inumani o degradanti- con particolare riferimento all’accesso a cibo e acqua e alla tutela della salute.
 
Nella lettera, il Garante nazionale ha inoltre ricordato che- in qualità di Meccanismo nazionale di prevenzione ai sensi del Protocollo ONU alla Convenzione contro la tortura o altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (OPCAT), ratificato dall’Italia con legge 195/2012- è suo compito e obbligo intervenire a garanzia dei diritti fondamentali delle persone che si trovano a essere sottoposte a una misura di privazione di fatto della libertà, senza un ordine formale di un’autorità, ricorribile davanti a un giudice.
 
 
 

09 luglio 2019
Trattamenti sanitari obbligatori: pubblicato il primo rapporto del Garante nazionale su un SPDC

Roma, 9 luglio 2019 – Una competenza attribuita al Garante nazionale ancora troppo poco nota al grande pubblico riguarda il monitoraggio delle forme di privazione della libertà nell’ambito della salute, come ad esempio i trattamenti sanitari obbligatori, che vengono effettuati nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC). 
Il Garante nazionale a partire dallo scorso anno ha iniziato a condurre una serie di monitoraggi negli SPDC italiani, visitandone finora undici (quelli di Colleferro - Ospedale Parodi Delfino; Termoli - Ospedale S. Timoteo; Cosenza - Ospedale SS. Annunziata; Messina - Ospedale Papardo; Campobasso - Ospedale Cardarelli; Roma - Policlinico Umberto I; Catania - Ospedale Cannizzaro; Cagliari - Ospedale SS. Trinità con due SPDC; Oristano - Ospedale S. Martino; Nuoro - Ospedale San Francesco). 
Il Garante nazionale ha pubblicato sul proprio sito web il primo dei Rapporti sulle visite effettuate, riguardante l’SPDC di Colleferro, nel Lazio.
Trattandosi della sua prima visita in un SPDC, il Garante nazionale aveva deciso, contrariamente alla propria prassi, di comunicare preventivamente il proprio arrivo alla Direzione della struttura. Nel corso della visita la struttura è apparsa adatta alla sua funzione dal punto di vista degli ambienti e degli arredi e gli operatori sanitari hanno prestato la massima collaborazione. Tuttavia, sia il personale medico che quello infermieristico, sono risultati sotto organico. 
A questo proposito, il Garante nazionale nota che nel corso delle visite finora effettuate ha riscontrato un collegamento fra la carenza di personale e il rischio di utilizzo della contenzione. Il Garante ribadisce quanto affermato nelle Relazioni al Parlamento 2018 e 2019, e cioè che la contenzione non deve essere mai considerata come un atto medico trattamentale e deve essere utilizzata sempre come extrema ratio. 
Sollecita inoltre l’Amministrazione competente a pubblicare sul sito del Dipartimento di salute mentale dipendenze patologiche, i dati relativi al numero, alla percentuale e alla durata media degli interventi di contenzione meccanica, così come prescritto dalle “Istruzioni operative sulla contenzione meccanica” della ASL Rm 5. 
Vista la durata media delle contenzioni praticate nell’SPDC di Colleferro, corrispondente a 24/48 ore, il Garante nazionale ha chiesto per tutte quelle di durata maggiore di 12 ore di ricevere una sintesi nella quale siano indicati i motivi che hanno portato a disporre una contenzione protrattasi per un periodo così lungo. 
Fra le raccomandazioni contenute nel Rapporto, la necessità di fornire informazioni esaurienti alle persone ricoverate e ai loro parenti, in merito al significato dei TSO e alle regole della struttura, possibilmente da formalizzare tramite un atto amministrativo. La conoscenza delle regole e la possibilità di avere certezze su cosa sia permesso e cosa sia proibito nella propria quotidianità è uno dei diritti fondamentali di ogni persona che vive, anche per un breve periodo di tempo, in una struttura residenziale. Oltre al rispetto di questo diritto, affinché non si configuri una compressione delle libertà, deve essere garantita anche la conoscenza delle ragioni delle proibizioni e favorita la comprensione di esse.
Nei prossimi tempi, l’Ufficio del Garante provvederà a pubblicare i Rapporti riguardanti gli altri SPDC visitati.
 
 
 

05 luglio 2019
Parere del Garante nazionale sul Decreto Sicurezza bis

Roma, 5 luglio 2019 - Il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, ha reso il proprio parere - obbligatorio per gli atti legislativi riguardanti i propri ambiti di competenza, secondo quanto previsto dal Protocollo opzionale alla Convenzione ONU su tortura e trattamenti inumani e degradanti - sul Decreto legge 53/2019 recante “Disposizione urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica” nel corso di un’audizione presso le Commissioni Riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera. 
Il primo articolo del Decreto riguarda la possibilità del Ministero dell’Interno di limitare o vietare l’ingresso nelle acque territoriali di imbarcazioni per motivi di ordine e sicurezza o in caso di violazione della legislazione vigente sull’immigrazione. In proposito, il Garante nazionale nota che tale previsione non può intendersi come possibilità di ledere il diritto costituzionalmente sancito di cercare asilo (o protezione internazionale) nonché il diritto fondamentale a non subire - o a non essere espulsi verso un Paese dove si rischia di subire - torture o trattamenti o punizioni inumani o degradanti. 
Così come presso tutti i valichi di frontiera è possibile presentare domanda di asilo per i cittadini stranieri, anche alla frontiera marittima, quale è il limite delle acque territoriali, deve essere garantito il rispetto di questo diritto fondamentale. Pur prendendo atto che l’articolo 1 limita la facoltà di porre il divieto di accesso alle acque territoriali al rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia, il Garante nazionale raccomanda quindi che nel testo sia resa esplicita l’assoluta tutela dei diritti sopra ricordati e che venga inserito un richiamo all’articolo 10 della Costituzione. 
Inoltre, posto che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare ammette il divieto di ingresso nelle acque territoriali solo nel caso di passaggio “non inoffensivo” dell’imbarcazione straniera, il Garante nazionale ritiene non sia possibile interpretare come “non inoffensiva” la situazione di chi ha adempiuto all’obbligo internazionale e nazionale di prestare soccorso in mare. Per questo chiede di escludere la possibilità di legittimare azioni interdittive di ingresso di navi che stiano svolgendo attività di salvataggio.
Relativamente all’articolo 12 del Decreto, che concerne “Fondi di premialità per le politiche di rimpatrio”, il Garante nazionale nota che la norma è formulata in termini tali da lasciare irrisolta la questione se i beneficiari dei fondi siano gli Stati che garantiscono cooperazione nella riammissione oppure i singoli migranti che accettano il rimpatrio volontario assistito (o entrambi). Nel caso i destinatari fossero i rimpatriandi in via volontaria, il Garante nazionale valuterebbe in modo molto positivo tale previsione, in linea con quanto già altre volte espresso.
Il Garante nazionale coglie poi l’occasione per richiamare l’opportunità che siano sempre le Camere, secondo quanto previsto dall’articolo 80 della Costituzione, a ratificare gli accordi di riammissione con i Paesi di rimpatrio, in quanto tali accordi sono da ritenersi veri e propri trattati di natura politica di ambito internazionale.
Infine, circa le norme di natura penale contenute nel testo del Decreto, il Garante nazionale esprime la propria perplessità, ribadendo che il codice penale dovrebbe essere oggetto di particolare protezione rispetto a possibili interventi urgenti dettati da emergenze o emotività, che spesso rischiano di modificarne la complessiva costruzione logica.
 

25 giugno 2019
Il Garante nazionale presenta esposto alla Procura di Roma su Sea Watch 3

Roma, 25 giugno 2019 - I migranti soccorsi in mare dalla nave Sea Watch 3 si trovano da più di dieci giorni a bordo di tale imbarcazione, che staziona in acque internazionali, al limite della “frontiera” italiana. La situazione di stallo si è creata per effetto di tre diverse scelte. La prima è quella del Comandante della nave, che, sulla base di valutazioni che trovano conferma nell’orientamento di Organizzazioni internazionali come il Consiglio d’Europa, ha considerato non sicuro il porto indicato dalle Autorità libiche e ha indirizzato all’Italia molteplici richieste di indicazione di un porto sicuro, senza ottenere alcun riscontro positivo. La seconda scelta è stata operata dalle Autorità dell’Olanda, Paese del quale la nave batte bandiera, che non hanno ritenuto di inviare alcun tipo di supporto alla propria imbarcazione bloccata in mare. La terza è stata operata dalle Autorità competenti italiane, che il 16 giugno hanno notificato alla nave Sea Watch 3 un divieto di ingresso, transito e sosta nelle nostre acque. 
Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà non può né intende intervenire su scelte politiche che esulano dalla propria stretta competenza. Tuttavia, è suo dovere agire per fare cessare eventuali violazioni della libertà personale, incompatibili con i diritti garantiti dalla nostra Carta, e che potrebbero fare incorrere il Paese in sanzioni in sede internazionale. In particolare, ribadisce che le persone e loro vite non possono mai divenire strumento di pressione in trattative e confronti tra Stati. Ritiene inoltre che la situazione in essere richieda la necessità di verificare se lo Stato italiano, attraverso le sue Autorità competenti, stia integrando una violazione dei diritti delle persone trattenute a bordo della nave.
Ricorda in tal senso che la Corte europea dei diritti umani nella sentenza di condanna dell’Italia nel caso “Hirsi Jamaa c. Italia” (2012), ha argomentato che tutte le forme di controllo dell’immigrazione e delle frontiere sono sopposte alle norme in materia di diritti umani, qualunque sia il personale incaricato di queste operazioni e il luogo in cui esse si svolgano. Il Garante nazionale si interroga se nel caso della Sea Watch 3, sia proprio il pur legittimo esercizio della sovranità da parte del nostro Paese a determinare giurisdizione e responsabilità nei confronti delle persone, incluso almeno un minore non accompagnato, bloccate in condizioni sempre più gravi al confine delle sue acque. Del resto, l’esercizio stesso del divieto e la sua attuazione implicano che il Paese garantisca l’effettività dei diritti derivanti dagli obblighi internazionali alle persone bloccate: di non essere sottoposti a trattamenti inumani o degradanti; di non essere rinviati in Paesi dove ciò possa avvenire; di avere la possibilità di ricorrere contro l’attuale situazione di fatto di non libertà davanti all’autorità giudiziaria; di richiedere protezione internazionale.
L’esercizio della giurisdizione italiana sull’imbarcazione sembra inoltre confermato dalla valutazione delle vulnerabilità delle persone a bordo a cui è stato permesso lo sbarco: non può essere però questa la sola via d’uscita dalla situazione presente che, a parere del Garante, sta degenerando.
Anche in osservanza dell’obbligo che questa Autorità di garanzia ha nel proprio Codice etico, che impone di trasmettere tempestivamente all’Autorità giudiziaria eventuali ipotesi di reato ai danni di persone detenute o private della libertà di cui abbia avuto conoscenza, il Garante nazionale nei giorni scorsi ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma per richiedere una verifica su eventuali aspetti penalmente rilevanti nell’attuale blocco della Sea Watch 3.